15 aprile 2019

FUGA DEI CERVELLI DAL SUD: CAUSE E RIMEDI - LA PAROLA A VINCENZO MARCHESE

“Fuga dei cervelli dal Sud: cause e rimedi” è il tema di un ciclo di interviste che la Fondazione Ordine Ingegneri di Napoli, presieduta da Paola Marone, ha promosso per mettere sotto la lente una delle questioni nodali per il futuro e lo sviluppo del Mezzogiorno. Dopo la prima intervista al filosofo Aldo Masullo, è la volta di Vincenzo Marchese, classe 1947, ex dirigente d’azienda con la passione per la storia e le vicende socio-economiche del nostro Paese, con particolare attenzione a quelle del Mezzogiorno d’Italia.
Vincenzo Marchese ha accettato di rispondere ad alcune domande formulate da Cesare Bizzarro, Coordinatore del Gruppo di Lavoro “Fuga dei cervelli”, e da Ettore Nardi, Consigliere dell'Ordine degli Ingegneri di Napoli.

Anzitutto, chi è Vincenzo Marchese?
Mi sono laureato in Economia e Commercio all'Università degli Studi di Napoli e, da cultore della materia di storia economica, durante i miei studi ho approfondito la cosiddetta “Questione meridionale” quale conseguenza della “raggiunta” unità d'Italia. Subito dopo la laurea, ho mosso i primi passi come ricercatore storico all’interno dello stesso Ateneo Federiciano. Nel 1975 ho intrapreso l'attività lavorativa industriale, nel campo della gestione delle risorse umane, prima come impiegato presso la Italcantieri di Trieste (cantieristica navale) e successivamente, in qualità di dirigente, alla Magneti Marelli-Fiat, Schlumberger, IPM ed Incard. Durante la mia esperienza lavorativa ho cercato sempre di motivare il personale d’azienda in modo etico e costruttivo alla proattività, alla propensione all'innovazione, all'esaltazione delle capacità individuali. Ero un dirigente “di rottura”, “fuori dagli schemi”. Selezionavo personale che riuscisse non solo a garantire all’azienda l’efficienza della produzione giornaliera ma che, con un pizzico di “follia”, idee e creatività, potesse incrementarne il valore tecnico.

Come nasce la sua passione per la storia?
Nasce presto, giù da bambino: all’età di sette anni, mi sono imbattuto per la prima volta nel termine “briganti” e, incuriosito, ho intrapreso un percorso di studi sull’etimologia della parola e sul fenomeno del “brigantaggio”, che caratterizzò il Mezzogiorno nel primo decennio successivo alla proclamazione del Regno d'Italia.

Quali sono, secondo la sua esperienza, i motivi per cui i giovani fuggono da Napoli e dal Sud, impoverendo il nostro territorio?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tornare a quelle che sono le radici storiche del fenomeno e ricondurci a una data ben precisa.

Quale?
Il 17 Marzo 1861. Ossia la data dell’unità d’Italia.

Una data spartiacque?
Sì, e per vari motivi. Fino al 1861, Napoli aveva l’indice più elevato di diplomati e laureati in Europa. Insieme a Parigi, era considerata la città simbolo della cultura internazionale. C’era un flusso migratorio verso la città, non solo di gente comune ma anche di artisti, musicisti e poeti. Il Regno delle Due Sicilie era lo Stato più industrializzato d'Italia ed il terzo in Europa, dopo Inghilterra e Francia.
I settori principali erano la cantieristica navale, l’industria siderurgica, tessile, cartiera, estrattiva e chimica, conciaria, del corallo, vetraria ed alimentare. Nel Mezzogiorno c’era lavoro per tutti e la possibilità di sostentamento era garantita dall’uso civico del demanio pubblico. Non vi era disoccupazione, né fenomeni migratori di alcun genere. Poi arrivò la fatidica unità d’Italia. Solo nel primo giorno a Napoli ci furono 40.000 licenziamenti nel pubblico impiego. La chiusura progressiva delle scuole e la perdita dell’uso civico del demanio pubblico, dato come ricompensa ai latifondisti per aver sostenuto l’unità, condusse immediatamente centinaia di migliaia di persone a dover emigrare. Insieme agli adulti, responsabili del sostentamento delle famiglie, partivano anche i ragazzini e tutti coloro che non avevano più possibilità d’impiego. È stato quello il primo momento di emigrazione dal Meridione. Nasceva così l’abitudine ad abbandonare il proprio paese per necessità.

Come si è evoluto il fenomeno negli anni?
Dopo un primo esodo consistente fino al termine del 1900, il fenomeno migratorio è diminuito, pur restando costante a causa della mancanza di opportunità lavorative al Sud, fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale. Fu messo in atto alla fine del XIX secolo un processo di pesante deindustrializzazione del Mezzogiorno con la chiusura del polo siderurgico di Mongiana (una delle più grandi fonderie del Meridione) e quello metalmeccanico di Pietrarsa (la prima fabbrica italiana per la produzione di locomotive, rotaie e materiale rotabile). La produzione fu trasferita rispettivamente a Terni ed a Genova.
Con lo scoppio del Primo conflitto mondiale si ha un cristallizzazione del fenomeno: tutti coloro che in un primo momento volevano rientrare con i loro pochi risparmi, decisero di restare lontani per evitare la leva. Mentre al Nord gli uomini erano occupati nelle fabbriche per la produzione dell’armamento bellico, al Sud i braccianti, non strategici per le attività belliche, venivano inviati al fronte. Conclusa la guerra i superstiti non furono reinseriti e, dunque, furono costretti ad emigrare, specialmente negli Stati Uniti d’America. Durante il periodo fascista il Sud è stato ulteriormente penalizzato, come nel caso della bonifica dell’Agro Pontino, effettuata principalmente da coloni provenienti dal Veneto e dalla valle del Po. Tra le due guerre il processo migratorio rallentò, senza comunque fermarsi. Si arriva così alla terza generazione di migranti: l’idea di tornare in Italia era ormai un ricordo lontano. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la migrazione non interessò più l’estero ma vi fu uno spostamento dal Sud verso il Nord del Paese, con destinazione Lombardia e Piemonte, fortemente attrattive perché fortemente industrializzate. Ed era un’industria che aveva bisogno di braccia.

Che cosa è accaduto successivamente?
Negli anni ’80 e nei primi anni ‘90 i giovani si spostavano per scelte personali, per rincorrere una posizione lavorativa più prestigiosa o semplicemente affrontare nuove esperienze.
Con l’avvio del processo di globalizzazione mondiale e con la crisi economica del 2008, i giovani sono stati costretti ad “inseguire” il proprio lavoro. Non esiste più oggi il processo migratorio della manovalanza, ma siamo al cospetto di una fuga di cervelli: giovani del Sud diplomati e laureati che, non più per scelta ma per necessità, sono costretti a lasciare le loro città per emigrare al Nord o all’estero alla ricerca di un lavoro.

Ma allora la voglia di fare un'esperienza all'estero e di spostarsi potrebbe, in qualche modo, influenzare la scelta di vita dei professionisti che decidono di stabilirsi lontano dall'Italia?
I nostri giovani emigrano per acquisire nuove conoscenze e competenze. Molti decidono di stabilirsi all’estero e vivere lì con le loro famiglie, ma altrettanti decidono di tornare, pur accettando sacrifici e rinunce, per investire sul territorio le competenze acquisite altrove. Partendo, tanti ragazzi hanno già coscienza di tornare, mentre in altri matura trascorrendo anni lontano dal proprio Paese.

Che cosa potrebbe, dunque, innescare nei giovani un “coraggio a tornare” al Sud?
Per la prima volta dall’inizio del processo migratorio, negli ultimi anni, sento parlare di “ritorno”. Nei giovani sta nascendo un desiderio di rivalsa; la consapevolezza che sia possibile, nonostante la carenza di infrastrutture, rimettersi in gioco, soprattutto attraverso l’utilizzazione della Rete. Nascono sempre più start-up innovative capaci di soddisfare le esigenze ed il fabbisogno del territorio. Ci sono multinazionali come Apple, Tim e di recente Amazon che hanno deciso di investire nel Mezzogiorno, riconoscendone determinazione, capacità, inventiva e genialità dei suoi cittadini.

E secondo lei come si può creare un clima che incentivi i giovani a rientrare sul territorio?
Dobbiamo sperare che le forze governative posizionino il Mezzogiorno al centro della questione italiana. Ci devono essere messaggi chiari in termini di interventi infrastrutturali, di semplificazione burocratica, di incentivi statali, in parte anche a fondo perduto, per le attività che nascono al Sud. Ci deve essere una predisposizione da parte del governo a non guardare più ad un Meridione e ad un Settentrione come a due entità differenti e distanti, ma all’Italia tutta. Solo così i giovani potranno riacquisire fiducia nel loro Paese, solo così il Mezzogiorno potrà riavere la sua meritata identità.

di CESARE BIZZARRO ed ETTORE NARDI

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